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COMUNICATO STAMPA CGIL CUNEO
                                                                        VOUCHER E LAVORO NERO: PIU’ AMICI CHE NEMICI


I buoni lavoro rappresentano di fatto un incentivo al sommerso. Con buona pace della rappresentazione diffusa nei talk-show televisivi, che li contrabbandano come strumenti di contrasto alle attività irregolari.
Senza buoni tornerà il lavoro nero”, hanno dichiarato alcune associazioni datoriali contro la decisione del governo di abolire l'istituto dei voucher. Quindi, ne dovremmo dedurre che con l'esplosione dei voucher registrata negli ultimi anni, il lavoro nero era scomparso, o almeno si era significativamente ridotto? Nessuna delle indagini svolte in questi anni è in grado di confermare questo assunto, che alcuni sembrano curiosamente dare per scontato. Anzi, l'indicatore Istat che misura il tasso di irregolarità degli occupati è in crescita dal 2010. Nel 2014, ultimo anno censito dall’istituto di statistica, ha raggiunto quota 13,3%, apice dell'ultimo decennio; guarda caso è anche l'anno nel quale l'utilizzo dei voucher decolla (quasi 70 milioni di ticket acquistati), dopo gli interventi di liberalizzazione compiuti nel 2012 e 2013.
Forse, a voler essere benevoli, la confusione nasce dal fatto che nel linguaggio corrente lo strumento dei voucher continua impropriamente a essere associato ai cosiddetti “lavoretti”: la colf che fa poche ore la settimana, il giardiniere, lo studente o il pensionato che durante la stagione estiva raccolgono la frutta (i voucher in agricoltura potevano essere utilizzati solo per queste due categorie, anche su questo si dovrebbe prestare maggiore attenzione nel fare informazione). Peccato che la realtà sia molto diversa da questa rappresentazione così diffusa nei talk-show televisivi e negli articoli giornalistici. Nell'elenco dei primi 5 mila acquirenti di voucher del 2016, meno del 15% risultano essere datori individuali, mentre in quasi l'80% dei casi si tratta di società (nelle varie forme giuridiche, a partire dalle Società per azioni). Se guardiamo invece ai prestatori di lavoro retribuito con i voucher, solo il 2,9% sul totale riguarda il lavoro domestico, mentre il 4,8% interessa giardinaggio e pulizia (dato 2015, ultimo disponibile).
La parte del leone la fanno invece le cosiddette “altre attività”, che nella classificazione dell'Inps doveva essere una categoria residuale e che, al contrario, nell'ultimo anno ha rappresentato oltre il 47% dei voucher venduti. A seguire – ma distanziati – turismo e commercio. Insomma: l'uso di gran lunga prevalente di questo strumento di pagamento non ha ormai nulla a che vedere con i “lavoretti”, per i quali poteva forse avere un senso come forma di emersione dal lavoro nero. Riguarda invece vere e proprie imprese, per le quali è diventato spesso un modo per sostituire rapporti di lavoro subordinato, quando non addirittura per occultare, con meno rischi di poter essere perseguiti, forme di lavoro comunque irregolare.
Un incentivo di fatto al lavoro nero, contrabbandato come suo strumento di contrasto. Ma sarebbe limitativo affrontare la tematica voucher solo dal punto di vista dell’irregolarità lavorativa, l’aspetto più incivile è quello dell'erosione della dimensione formale del lavoro, che va di pari passo con l'oscuramento di ogni forma di responsabilizzazione dei datori di lavoro. Se infatti il rapporto di lavoro viene surrogato dall'utilizzo di uno strumento di pagamento, il lavoratore perde non solo titolarità di diritti, ma persino riconoscibilità sociale. Diventa paradossalmente un lavoratore-non lavoratore.
La differenza rispetto al lavoro nero resta tutta affidata a quei 2,5 euro orari versati nelle casse di Inps e Inail, utili più al datore per essere assolto da qualsiasi responsabilità in caso di ispezioni o ancor peggio in caso di infortuni sul lavoro, che a portare benefici effettivi a chi lavora. Se poi l'utilizzo di questo strumento e dunque di questo approccio si estende, come abbiamo visto, anche ai segmenti più tipici e consolidati dell'economia formale, è evidente che a esserne destabilizzato alla fine è tutto il mercato del lavoro, non solo un suo segmento marginale. Per tutti questi motivi non si può condividere l'apparente buon senso di chi oggi dice, pur riconoscendo alcune criticità, che non c'era bisogno di cancellare del tutto l'istituto dei voucher, perché bastava introdurre dei correttivi per limitarne l'abuso. In realtà era lo stesso istituto, così come concepito, a incentivare gli abusi, rendendo necessario un suo sostanziale azzeramento.
E i famosi “lavoretti”? Non c’è dubbio che il lavoro occasionale esiste e, quindi, va senz'altro regolato, ma in modo da riconoscergli comunque lo status di un rapporto di lavoro, per quanto disciplinato con una particolare attenzione alla semplicità di accesso da parte dei datori individuali. In questa direzione vanno le proposte formulate dalla Cgil nell'ambito della sua Carta dei diritti universali del lavoro, divenuta legge di iniziativa popolare e recentemente incardinata anche nei lavori parlamentari.

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